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lunedì 31 agosto 2026

Settembre 2036

Un incerto confine

Un luogo comune diffuso tra gli amanti degli animali e della Natura afferma che la malvagità è un comportamento esclusivamente umano, ignoto a tutti gli altri esseri viventi.

 

La natura è violenta e apparentemente crudele. Ma è anche malvagia?

 

Siamo tutti d'accordo sul fatto che molti comportamenti degli animali che all'uomo appaiono crudeli, riassumibili nell'espressione "legge della giungla", sono indispensabili alla sopravvivenza e all'evoluzione della specie. Si uccide per continuare a vivere, è normale, crudele ma "naturale". La malvagità è tutt'altra cosa[1][1].

 

Nessun animalista inorridisce di fronte al fatto che il leone, quando prende il sopravvento sul clan, uccide i piccoli del maschio che l'ha preceduto nella posizione di comando: l'ha sfidato, ha vinto lui, quindi è il più forte, i suoi figli saranno i più forti e a loro volta passeranno agli eredi un patrimonio genetico migliore. L'uccisione dei cuccioli con finalità di selezione riproduttiva è diffusa in molti mammiferi tra cui gorilla e delfini. E' come se il leone, il gorilla,… pensasse[2][2] "uccido questi cuccioli così la mia femmina ne farà altri, certamente miei". E' l'infanticidio cosiddetto riproduttivo, accanto al quale non manca l'infanticidio competitivo, tipico delle manguste e di altri carnivori sociali: "uccido i cuccioli del clan avversario per impedire che diventino adulti, così indebolisco da subito i miei potenziali nemici"[3][3]. 

 

Insomma, la Natura è violenta e - ai nostri occhi - crudele, ma è anche malvagia? cioè esistono degli individui che causano consapevolmente sofferenza ad altri animali, della stessa o di altre specie, senza un motivo, senza trarne un vantaggio né per sé né per la loro specie, per il puro piacere di farli soffrire? oppure il comportamento malvagio è una caratteristica esclusiva dell'animale umano?

 

L'idea che tra gli animali vi siano individui malvagi è argomento di discussione tra gli etologi. Non si tratta di individuare intere specie che praticano la malvagità, ma di evidenziare se, all'interno di ogni singola specie, esistano singoli soggetti "devianti" che provano piacere a far soffrire senza motivo altre creature viventi.

 

Il caso delle orche.

 

L'orca (Orcinus orca)[4][4] è fin dall'antichità uno dei candidati più qualificati a questo ruolo. Dalla Naturalis historia (77 d.C.) di Plinio il Vecchio fino al romanzo Horcynus Orca di Stefano D'Arrigo (1975) l'orca è considerato un animale particolarmente e inutilmente crudele verso altri animali.

 

Recentemente hanno avuto diffusione sul web alcuni filmati in cui un'orca è stata ripresa mentre assale un pesce luna (Masturus lanceolatus) con una tale violenza da farlo esplodere. E' solo l'ultimo caso di un comportamento più volte osservato nelle orche, che talora adottano un livello di violenza assolutamente non giustificato dalla necessità di nutrirsi e non proporzionato alla dimensione della preda.

 

Sono molti gli episodi che portano a ipotizzare l'esistenza di orche malvagie. In un articolo pubblicato nel 2023 dalla rivista Marine Mammal Science vengono riportati 78 episodi di orche mangiatrici abituali di salmone che hanno aggredito popolazioni di focene (un piccolo cetaceo) uccidendone diversi esemplari senza mangiarli. L'articolo esprime apertamente il sospetto che si tratti di un comportamento deviante. Un altro articolo sottoposto a revisione riporta 87 eventi di predazione all'interno del Monterey Submarine Canyon in California durante i quali un clan di orche di passaggio ha ucciso con modalità efferate una quantità di cuccioli di leone marino. Analoghi episodi si riportano per l'uccisione di squali bianchi, di cui viene divorato solo il fegato ,e di altre vittime che vengono uccise ma non immediatamente divorate.

 

Il comportamento sociale delle orche (tra cui la presunta malvagità di alcuni individui) viene trasmesso socialmente, come dimostra il caso del salmon hat. Nell'estate del 1987, davanti alla costa dello stato di Washington, una femmina del pod K venne osservata mentre nuotava con un salmone morto appoggiato sulla testa. Nel giro di poche settimane, il comportamento cominciò a comparire in altri individui di K e dei pod adiacenti, fino a coinvolgere l'intera comunità. Poi si esaurì rapidamente riducendosi a casi isolati. Per decenni non si registrarono episodi analoghi. Nel 2024 il fenomeno fu nuovamente osservato in relazione a un'orca giovane, che non era ancora nata nel 1987, e ricominciò a diffondersi. L'ipotesi più accreditata, al di là delle motivazioni del gesto, è che si tratti di un comportamento trasmesso socialmente attraverso le generazioni. E' chiaro che, se simili meccanismi di trasferimento intergenerazionale sono attivi, anche eventuali comportamenti malvagi potrebbero essere trasferiti alle generazioni successive.

 

Altri sospetti di crudeltà animale scarsamente giustificata.

 

Le lotte tra gruppi di scimpanzé Pan troglodites, possono essere molto violente. La celebre guerra di Gombe[5][5] (1974-1977), pur avendo motivazioni di ordine territoriale, economico e di controllo delle femmine, presenta episodi di violenza spropositata rispetto alla necessità di uccidere l'avversario: aggressioni di gruppo contro singoli individui, rapimenti, smembramento dopo l'uccisione.

 

Tra i Suricati si può osservare un comportamento particolarmente malevolo e doloroso per la vittima: la matriarca, quando è incinta, può aggredire ed espellere dal clan le femmine potenzialmente riproduttive a lei subordinate, uccidendone i cuccioli nel caso in cui riescano a partorire (e fin qui si tratta di infanticidio riproduttivo, comune a molte specie). Dopo l'allontanamento la femmina espulsa è sottoposta a un'azione di stress sociale con inseguimenti e aggressioni che possono durare settimane. Un caso analogo è stato osservato tra le cornacchie (Corvus corone) quando due femmine di alto rango si sono coalizzate per attaccare e uccidere una femmina subordinata, ma potrebbe essere un episodio isolato[6][6].

 

Il surplus killing, ovvero l'uccisione di molte più prede di quante possano esserne divorate dall'aggressore e dai soggetti da esso dipendenti (cuccioli, altri componenti del branco) è largamente praticato, oltre che dalle orche, dalle volpi, dai lupi, dai mustelidi (donnole, ermellini…), dalle foche, dalle iene maculate e da diverse altre specie.

 

Particolarmente interessante è il surplus killing quando nessuno degli animali uccisi viene mangiato (ed anzi le prede non fanno parte dell'alimentazione abituale del predatore): gli etologi sembrano in difficoltà nel cercare di attribuire questo comportamento (che spesso si coniuga col trasferimento fisico della preda e la sua manipolazione dopo la cattura) a qualche meccanismo di origine evolutiva[7][7]. Tra i casi riportati in letteratura, oltre ai cetacei, si annoverano ancora gli scimpanzé Pan troglodites.

 

Dimensione del fenomeno: confronto tra specie, incluso l'uomo.

 

Molti dei casi citati inducono il sospetto di devianza da parte di singoli animali. Se accettiamo, come pura ipotesi di lavoro, che tutti gli individui coinvolti nei casi documentati di potenziale crudeltà intenzionale tra gli animali costituiscano soggetti devianti possiamo fare un confronto numerico approssimativo, dedotto da una serie di pubblicazioni concernenti singole specie:

 

* tra le orche i soggetti devianti sono probabilmente molto meno dell'1% della popolazione;

* tra i delfini la devianza può estendersi fino a un massimo del 3-5%;

* tra gli orsi bruni, così come tra i corvi, la devianza dovrebbe coinvolgere non più dell1% della popolazione;

* le iene, i suricati, i ratti e i macachi espongono valori di devianza superiori all'1% ma comunque ipotizzabili inferiori al 3%;

* solo tra gli scimpanzé Pan troglodites il numero di soggetti devianti potrebbe coinvolgere una quota elevata della popolazione: dal 5% al 15%. Tuttavia un valore così alto è stato osservato solo nella vicenda della guerra di Gombe. Se allarghiamo la stima a tutta la popolazione di scimpanzé (che include anche il Bonobo, Pan paniscus, che presenta livelli inferiori di aggressività letale) il valore viene fortemente indebolito.

 

Questi ordini di grandezza della percentuale di devianza si ritrovano nell'homo sapiens.

 

La patologia umana che meglio interpreta la generica definizione di devianza finora utilizzata è il Disturbo Antisociale di Personalità (DAP), caratterizzato da aggressività, irritabilità, impulsività, scarsa capacità di provare rimorso e senso di colpa, tendenza alla violazione di leggi e norme sociali, capacità di manipolazione e di menzogna. Nel 2009 è stata presentata la prima ricerca italiana sui disturbi di personalità[8][8], che riporta una penetrazione dell'1,6% del DAP nella popolazione italiana.

 

Poiché non tutti i soggetti affetti da DAP ostentano un comportamento malevolo riconosciuto pubblicamente[9][9], per arrivare a una stima reale della devianza nella popolazione italiana occorre integrare nelle nostre considerazioni il dato ISTAT sulle condanne definitive per commissione volontaria di reati violenti (omicidi, tentati omicidi, lesioni personali, violenze sessuali, maltrattamenti…) che conduce a una stima dello 0,7% della popolazione adulta.

 

Questa è la punta dell'iceberg cui dobbiamo aggiungere qualche decimo di percentuale dovuto agli episodi di violenza che non hanno avuto conseguenze giudiziarie e ai crimini non denunciati (tipicamente violenze in famiglia), il che riporta la percentuale della popolazione umana deviante verso quell'1%-2% comune a molte specie animali.

 

Un incerto confine.

 

Sulla base di queste considerazioni l'idea di una Natura intrinsecamente buona e di un essere umano potenzialmente malvagio diventa molto opaca: entro ogni specie, homo inclusa, la quota di soggetti devianti è assimilabile. Se a questo aggiungiamo che anche gli animali praticano volentieri la guerra, che molte osservazioni dimostrano che sono in grado di mentire, di sottrarre il cibo ai colleghi e di condividere il punto di vista di altre creature (il che significa, in certa misura, di comprendere la sofferenza delle loro vittime) si conclude che il confine che li separa dall'essere umano è piuttosto incerto: è vero, l'uomo è l'unico animale che ha inventato l'etica, la barriera che dovrebbe separare il bene dal male, ma forse non è necessario conoscerla per essere autenticamente malvagi.

 

 

 

Bene, forse dovremmo rinunciare all'idea ingenua che l'uomo sia l'unico membro del creato che può imporre volontariamente inutile sofferenza ad altri. E' un'idea che affonda le sue radici nella Genesi, nell'affermazione che solo all'uomo è stato concesso di distinguere il bene dal male. Ma è anche un escamotage psicologico mediante il quale gli animalisti si proclamano dalla parte dei "buoni": se la Natura non è malvagia anche noi, che la amiamo, che stiamo dalla sua parte, non possiamo essere malvagi, un autocompiacimento basato sull'equivoco.

 

 


[1][1] in tutto questo testo intenderemo la malvagità come crudeltà non giustificata: il comportamento volontario e cosciente di un individuo che crea danno a uno o più altri individui senza trarne vantaggio personale oppure un danno sproporzionato al vantaggio che ne ricava (ad esempio: uccide per puro divertimento) o prova piacere della sofferenza della vittima (sadismo)

[2][2] chiediamo scusa per l'attribuzione all'animale della logica umana, ma rende l'idea

[3][3] l'infanticidio ad opera dei maschi è un argomento studiato già nell'antichità. Nel 450 a.C. lo storico greco Erodoto tratta l'argomento in relazione ai gatti egizi. Un articolo essenziale a questo proposito è: Ryme A. Palombit, Infanticide as Sexual Conflict: Coevolution of Male Strategies and Female Counterstrategies, 2015, Rutgers University. Comunque non tutti i maschi riproduttori uccidono la cucciolata precedente

[4][4] l'orca è un mammifero marino, il più grande (il maschio può arrivare a 6 tonnellate) e il più veloce (nuota fino a 55 km/h) della famiglia dei delfini. Benché prediliga le acqua fredde in prossimità dei poli, è presente nei mari e oceani di tutto il mondo. Vive e caccia in gruppi governati da una matriarca - chiamati pod - ognuno dei quali presenta forme di cultura (preferenze alimentari, comunicazione, tecniche di caccia) assolutamente specifiche che vengono trasmesse socialmente. E' un superpredatore, ovvero non esiste alcun altro organismo in grado di assalirlo

[5][5] ampiamente illustrata nel calendario di novembre 2025

[6][6] riportato in Scientific Reports, 9, 2019

[7][7] la letteratura scientifica su questo tema è vastissima, tant'è che gli etologi hanno dato al fenomeno un nome preciso: nonconsumptive mortality (NCM). Un articolo emblematico è Effects of prey density, temperature and predator diversity on nonconsumptive predator-driven mortality in a freshwater food web apparso in Scientific Reports, 7, 2017

[8][8] Mencacci C., Cerveri G.C., Durbano F., Bellini L. Disturbi di personalità celati: la nuova frontiera dei Servizi Psichiatrici. Giornale Italiano di Psicopatologia, 2009. Ripresa anche nella Rassegna penitenziaria e criminologica, 3, 2013

[9][9] semmai è vero viceversa. Alcuni tratti di DAP moderato possono facilitare l'accesso a posizioni di potere (politico ed economico) mentre i tratti più marcati tendono a compromettere il successo nel lungo periodo. Cfr. K. Landay, P. Arms, M. Crede: Shall we serve the dark lords.? A meta-analytic rewiew of Psychopathy and Leadership, Journal of Applied Psychology, oct 2018

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